Racconto musicale
di Vincenzo Cerami e Nicola Piovani


La storia amara del Signor Novecento, questa storia dolce e disperata narrata da Vincenzo Cerami e messa in musica da Nicola Piovani, racconta anche questa avventura musicale, anzi questa disavventura di un secolo che non ha mai ascoltato tanta musica e non è mai stato così sordo.

Novecento dalla lunga vita e dai molti errori, che tutto ha visto accadere e tutto, ancora, deve imparare, questa creatura memore eppure sprovveduta, non è solo il protagonista di un racconto musicale, è esso stesso metafora di questo nostro secolo di musica. Una metafora che indossa le vesti del non omologato, ovunque fuori posto, sempre alla ricerca delle proprie radici che da qualche parte ci sono, santoiddio, e profonde, ma chissà dove sono finite.

Il signor Novecento si autodichiara ed è indubbiainente una definizione appropriata- un "racconto musicale". In esso la musica non è solo supporto, ma protagonista, veicolo, coro, scenografia, partitura che organizza e incorpora anche le parole, le voci, siano esse cantate o parlate. Il sÌgnor Norecento è un'opera. Ma non tanto nel senso melodrammatìco del termine, anche se per certi versi vi si avvicina, sia per la stia ininterrotta simbiosi tra parola e musica sia per l'essere destinato al palcoscenico. In senso più generale è un'opera in quanto lavoro compiuto, organico, che ha un principio, una fine, una funzione, un'identità.

Eppure non appena vi ponete di fronte a questa Musica e ascoltate in quanto Musica e non in quanto colonna sonora di un evento teatrale (poiché essa non è affatto, come si diceva, un puro supporto sonoro), vi sentirete smarriti. Vi mancherà l'appoggio, la certezza, vi troverete carponi, come Novecento, alla ricerca di una scarpa, finita chissà dove. in altre parole, vÌ mancherà lo scaffale dove mettere questa musica che non è melodramma seppure il teatro vi convive con la parola cantata, che non è Musical, non è canzone. non è classica sebbene ospiti violini e violoncelli, non è jazz anche se pulsa al ritmo della batteria. Non è NewAge e perché non rilassa e anzi sparge un velo di amarezza, non è leggera perché non vi svaga, non è contemporanea perché si può anche fischiettare, non è eclettica, né postmoderna perché non ammassa cose disparate, ma anzi si tiene fedele a un lessico circoscritto e parla una lingua familiare, che la memoria riconosce come figlia del proprio vissuto.

Eppure non la si sa pronunciare se non in negativo, per esclusione e il solerte critico musicale, per non scivolare, si arrampicherà cercando appigli remoti, da Stravinskij a Kurt Weill, appigli plausibili, ma innaturali per una musica che pare provenire da dietro l'angolo della casa dove abbiamo sempre abitato.

A modo suo, dunque, pur così prossima, diretta e cantabile la musica del SignorNovecento è musica difficile. Sta proprio qui il suo senso più sottile di metafora del presente. E' una musica difficile non per chi l'ascolta, ma per chi vuole parlarne o descriverla, ovvero collocarla nell'orizzonte circostante. Questo però significa anche che la vera difficolta non risiede nella musica, bensì nell'orizzonte, in quella casa sterminata e labirintica dove chiunque, se per una volta si arrischia ad ascoltare con mente e orecchi sgombri, se accetta di uscire dalle proprie piccole stanze, dai luoghi usati e abusati, si sperde, senza più chiavi e senza più segnali rassicuranti, come Pollicino senza briciole, Arianna senza filo, Novecento senza una scarpa.

Giordano Montecchi

 

Le parole, la musica e il racconto

Fior di narciso / per quanto tempo son rimasto appeso / sperando di vedere un tuo sorriso  / e gli occhi belli tuoi che m'hanno ucciso. Tutto qui è appeso": la musica tra i diversi codici musicali mescolati da Piovani, le parole tra i di versi codici poetici di Ceraini. Cerami -lo sappiamo- è versatile: gli sono familiari la prosa incisiva, la citazione poetica, la parodia. l'ironia e alle volte anche il volo lirico commosso, che è affidato agli stornelli. Alcuni ce li canticchieremo uscendo da teatro. Anche quelli non proprio lirici, appesi fra Petrolini e Totò: Ve lo prometto, signora Nazione: appena mi procuro vitto e alloggio , la prima che mi piace me la foggio". Tutto è appeso, come il protagonista, il signor Novecento: Il secolo che nasceva insieme a me  mentre un altro stava morendo,. "Sono stato partorito a cavallo". E appese sono, fra loro, anche musica e poesia: nel cinema sono accostate qui sono fuse, senza che l'una prevalga sull'altra. Tutta la poesia antica era cantata, con un accompagnamento musicale discreto, che rispettava le parole. Questo è il segreto di Cerami-Piovani. Non si parlava una volta del fine dicitore'? Oggi è scomparso, nessuno sa più che cosa le due parole vogliano dire. Dev'essere una bella fatica preparare i musicisti e gli attori-cantanti per realizzare il giusto equilibrio: Aristofane era regista delle proprie conimedie

Lo spettacolo ha come sottotitolo "Racconto musicale", L'Iliade  e l'Odissea erano grandi racconti epici e Il signor Novecento  è un racconto musicale epico, perché non racconta la storia di un uomo, ma la storia di un intera cultura, che è la nostra, fatta delle memorie dei nostri nonni, dei nostri padri e nostre che vanno trasmesse ai nostri figli: l'italietta e la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale, il consumisi-no con i loro diversi inodi dell'etica, della politica, del costume. Diversi, ma hanno sempre un'aria di famiglia, della nostra famiglia. Questo racconto soddisfa un nostro forte bisogno di epica, come dimostra nel cinema il successo dei due cicli di Heiniat. La storia di un uomo o quella di un'anima non ci bastano più, perché l'uomo e l'anima hanno perso la loro identità, e possiamo ritrovarla solo cercando le radici. Questo bello spettacolo vengano a vederlo i politici di ogni stagione, quelli che dovrebbero pensare alla scuola e si convincano anche qui in teatro che i racconti epici delle radici sono ascoltati con avidità oggi come tremila anni fa. E restino anche loro "appesi"  come tutto il pubblico, a questo fine dicitore che ci racconta in in Lirica le cose nostre.

Luigi Enrico Rossi


Nel racconto musicale la parola e la musica nascono e si sviluppano contestualmente, si sostengono a vicenda scandagliando  le capacità comunicative del canto teatrale, della recitazione ritmata, del verso accompagnato, del recitativo, del suono degli strumenti in palcoscenico e del gesto che produce quel suono. Gli attori lavorano in stretta sintonia con i cantanti e con l'orchestra, organizzano la loro recitazione in una partitura modulando i diversi elementi sonori della voce: timbro, intensità, ritino e altezza (anche se non intonata). Il parlare quotidiano e il racconto colloquiale si alternano senza soluzione di continuità con la scansione ritmata, a volte ai confini del solfeggio parlato. Tutti questi idiomi sonori si contrappiintano cumulativairiente nel finale del prirno tempo, un Requiem costruito su un incalzante procedere di bisillabi piani che richiama in campo come in una riesposizÌone i diversi livelli musicali disseminati in tutta la la prima parte.

Il racconto del vecchio signor Novecento e  di sua moglie Pandora è un breve viaggio nelle stanze di una memoria privatissiina, negli angoli spesso impolverati dalla confusione del ricordo, deformati dall'emozione. Poco o nulla di quelle rievocazioni corrisponde ai fatti come si svolsero realmente. Nel suo sfumare i contorni, nel dipanare la crudele dolcezza di ricordi lunghi un secolo, nel continuo trasciniare della parola nel verso e nel canto, il nostro racconto musicale percorre un'esistenza affacciandosi di tanto in tanto quasi per caso a guardare la Storia.

Sul finale l'orchestra tuona e scalpita, forse per rifiutarsi alla fatalita, forse per inimare il gesto dell'angelo ribelle, o forse solo per coprire col fragore dei suoni l'ineluttabilità della perdita della memoria, e quindi della vita.

Vincenzo Cerami, Nicola Piovani

A cura della Casa Editrice Alba